Nota informativa sul referendum 17 Aprile 2016

Da sempre AGENQUADRI sostiene la necessità che i nostri modelli di vita, di produzione e di consumo, si evolvano in direzione di una sempre maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale. Più volte, anche in occasione dei nostri appuntamenti congressuali e programmatici, abbiamo sottolineato lo stretto legame che esiste tra le dimensioni della sostenibilità e quelle dell’innovazione, della qualità e dell’etica della responsabilità.

Lo abbiamo sempre fatto con la consapevolezza che, al di là delle affermazioni di principio e delle scelte di fondo, bisogna poi affrontare i temi pratici che riguardano il governo della transizione.

Una transizione che, almeno nei tempi medi dello sviluppo, può portare ad una significativa riduzione ma non al totale azzeramento dell’utilizzo delle fonti fossili. Almeno finché non si affronta il tema dell’utilizzo delle materie sintetiche derivate dal petrolio (plastica e non solo) e di una totale riconversione non solo della mobilità, ma soprattutto dei sistemi di produzione elettrica, di riscaldamento e della generazione del calore nella produzione industriale.

Vista la natura del quesito referendario, riteniamo che sia proprio in questa seconda dimensione, quella del governo della transizione, che esso si collochi, non avendo una portata tale da compromettere o mettere in discussione gli assunti di fondo.

Sulla base di queste considerazioni, con la consapevolezza che esiste un giusto dibattito interno alla nostra organizzazione e sollecitati dalla confusione creatasi dalle diverse campagne mediatiche abbiamo ritenuto utile produrre e diffondere una nota informativa sui contenuti del quesito referendario, sul contesto in cui si colloca e sui possibili effetti dei diversi risultati.

  • Cosa dice di preciso il testo del quesito referendario?

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?»

  • Cosa prevede la normativa attuale?

Il comma 17 del DL 152 recita che sono vietate le nuove “attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi” entro le 12 miglia delle acque nazionali, ma anche che le piattaforme già esistenti possono continuare la loro attività fino a scadenza della concessione, che però può essere prorogata ulteriormente fino all’esaurimento del giacimento. Le concessioni hanno durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per ulteriori dieci anni e una seconda e terza volta per cinque. Al termine della concessione (cinquanta anni) le imprese che operano su un giacimento ancora produttivo, possono chiedere (previa autorizzazione in base alla Valutazione diImpattoAmbientale) di poterla prorogare fino all’esaurimento del sito. Il referendum interviene unicamente su quest’ultimo aspetto.

  • Quante sono le concessioni per attività estrattiva nel nostro mare?

Le concessioni estrattive marine del nostro Paese sono 66. Di queste, ve ne sono 21 che operano entro il limite delle 12 miglia. Su queste ultime potrà avere effetto il referendum.

  • Dove sono collocate le concessioni entro le 12 miglia? Come sono composte?

Delle 21 concessioni entro le 12 miglia ve ne sono 7 nel Canale di Sicilia, 7 nel Mar Ionio e nel Golfo di Taranto (Calabria, Puglia e Basilicata), 4 nel Mar Adriatico centrale (Abruzzo e Marche), 3 nel Mar Adriatico settentrionale (Emilia Romagna e Veneto). Un totale di 92 piattaforme e strutture marine, di cui 48 eroganti.

  • Cosa estraggono le piattaforme e gli impianti nel Mar Mediterraneo?

Nei mari italiani insistono 135 tra piattaforme offshore e strutture marine impiegate in attività estrattive e/o di produzione di gas naturale (metano) o petrolio.

  • Quanto fabbisogno energetico nazionale soddisfano? Quanto producono?

Dal mare vengono estratti circa il 67% e il 14% rispettivamente di tutto il gas naturale e del petrolio
che viene prodotto in Italia. Entrambi soddisfano all’incirca il 10% del fabbisogno energetico nazionale.

Una produzione annua di circa 4.526 milioni di metri cubi standard di Gas e circa 750 milioni di chilogrammi di Olio greggio.

  • Cosa comporterebbe una eventuale vittoria del Sì al referendum del 17 aprile?

Le attività delle imprese che operano nelle 21 concessioni entro le 12 miglia non avranno più la possibilità di richiedere proroghe “per la durata utile del giacimento”. Alla scadenza della concessione (30+10+5+5) dovranno interrompere ogni attività.

I primi impianti ad essere interessati saranno quelli le cui concessioni risalgono agli anni ‘70 che chiuderebbero entro cinque-dieci anni. Gli ultimi, possessori di concessioni più recenti, subiranno gli effetti referendari tra circa venti anni. Nuove concessioni e nuove trivellazioni entro le 12 miglia sono già oggi vietate dalla normativa vigente.

  • Cosa succede a tutte le altre piattaforme del Mediterraneo e nelle acque di competenza economica italiana (ma oltre le 12 miglia) e agli impianti estrattivi a terra?

Nulla. Tutti gli impianti posizionati oltre le 12 miglia, così come quelli a terra continueranno le loro attività estrattiva esattamente come prima. Compreso l’eventuale avvio di nuove attività di ricerca nel sottosuolo.

  • Che rischio c’è che nel nostro mare accada un disastro ecologico simile a quello del 2010 nel Golfo del Messico?

Fortunatamente è impossibile che nel Mar Mediterraneo si verifichi un disastro come quello causato dalla esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, avvenuto nel Golfo del Messico nel 2010 (106 giorni di sversamento di petrolio nelle acque marine).

Se anche da noi dovesse accadere qualcosa di analogo (apertura falla nel pozzo), a differenza dello sversamento petrolifero che accadde in Messico ci ritroveremmo con un risultato contrario: sarebbe l’acqua a invadere il pozzo. Questo a causa della bassa pressione interna ai nostri giacimenti, che sono assai meno in profondità di quelli messicani.

  • Vantaggi ambientali vs svantaggi di un Sì al referendum

Una seria valutazione degli impatti ambientali della chiusura anticipata delle attività estrattive dovrebbe prendere in considerazione, prima di tutto, l’andamento dei consumi. In assenza di una riduzione dei consumi, infatti, la quota di gas naturale e petrolio verrebbe sostituita da un aumento della produzione nelle altre piattaforme italiane oppure da importazioni, via gasdotti, navi gassiere e petroliere. Queste ultime, in particolare, producono un rischio ambientale notevolmente più elevato rispetto alle piattaforme estrattive.

  • Cosa succederebbe alle piattaforme dismesse?

I costi di smantellamento delle piattaforme dismesse è elevatissimo. Il dibattito attuale si sta orientando prevalentemente sulla riconversione. In Italia, ad esempio, esiste già il progetto Poseidon dell’ENI per riconvertire le piattaforme dismesse in centri di ricerca scientifica. Altri progetti, a volte suggestivi, prevedono la trasformazione delle piattaforme in hotel e resort di lusso.

Ipotesi più praticabili e meno onerose prevedono la riconversione in centrali elettriche fotovoltaiche o in parchi eolici.

  • Quali ricadute economiche e geopolitiche?

Le royalties versate, dalle imprese concessionarie all’erario, in Italia equivalgono a 340 milioni di euro (2014), gli investimenti (2015) ammontano a circa 1,2 miliardi, di cui il 25% in ricerca e sviluppo, rendendo il settore un importante driver di innovazione e avanzamento tecnologico.

L’impatto complessivo della possibile riduzione di produzione dipenderà ancora una volta dal comportamento di istituzioni, imprese e cittadini. A parità di consumo, si presentano sempre due scenari possibili: aumento della produzione nazionale e relativo aumento del numero dei pozzi, oltre le 12 miglia o a terra; aumento delle importazioni. Quest’ultima opzione, con ogni evidenza, determinerebbe un aumento della dipendenza economica e politica dai paesi esportatori di petrolio e di gas naturale e un aumento dei costi.

  • Quanti gli occupati del settore?

In tutto il Paese, sono oltre 32 mila le lavoratrici e i lavoratori impiegati in modo diretto e indiretto nell’industria estrattiva e nel comparto Oil&Gas. Oltre questi, altri 100 mila sono impiegati in imprese che producono beni e servizi per questo settore, non in esclusiva.

Una valutazione degli impatti reali sarebbe possibile solo conoscendo a priori le scelte di investimento delle imprese che oggi investono sulle attività estrattive.

Con la speranza che questa piccola nota informativa possa essere utile per scegliere se e come votare, con una maggiore consapevolezza e in piena autonomia.

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