Seul: trasparenza salariale, contrattazione e parità di genere.
Il confronto internazionale tra sindacati per cambiare il lavoro
Seul: trasparenza salariale, contrattazione e parità di genere.
Il confronto internazionale tra sindacati per cambiare il lavoro
Si è svolto oggi a Seul il Simposio Internazionale “Gender Equakity at Work: Trade Unions’ Bargaining and Struggles Strategy for Pay and Employment Equity”, promosso dalla Confederazione Coreana dei Sindacati (KCTU), con il sostegno della Friedrich-Ebert-Stiftung e del Comitato Donne della KCTU, dedicato alle strategie sindacali per affrontare il divario retributivo e occupazionale di genere.
Una giornata intensa di confronto tra esperienze sindacali provenienti da diversi Paesi, accomunate dalla consapevolezza che la parità di genere non può essere considerata una questione settoriale o esclusivamente femminile, ma rappresenta una sfida che riguarda l’organizzazione del lavoro, i sistemi retributivi, la distribuzione delle responsabilità di cura e, più in generale, la qualità della democrazia nei luoghi di lavoro.
Per l’Italia, a portare la voce della CGIL, è intervenuta Federica Cochi, Presidente di APIQA CGIL e Presidente di UNI Europa Professionals & Managers, con una relazione dedicata al ruolo della contrattazione collettiva, alla Legge 162/2021 sulla parità salariale e al recepimento italiano della Direttiva europea sulla trasparenza retributiva.
Nel suo intervento Cochi ha evidenziato come il gender pay gap non sia soltanto una questione di salario base, ma si annidi spesso nelle componenti meno visibili della retribuzione: bonus, premi variabili, progressioni di carriera, sistemi di valutazione discrezionali e accesso alle posizioni di responsabilità.
«La trasparenza salariale non deve essere un mero obbligo di rendicontazione. Deve diventare uno strumento di contrattazione collettiva. Rendere visibili le disuguaglianze è il primo passo; il secondo è negoziare le misure necessarie per correggerle.»
Particolare attenzione è stata dedicata al concetto di equal pay for work of equal value e alla necessità di rivedere sistemi di classificazione e valutazione del lavoro che, ancora oggi, rischiano di sottovalutare competenze relazionali, di coordinamento, comunicazione e cura, spesso svolte prevalentemente dalle donne.
Il confronto internazionale ha offerto spunti di grande interesse.
La Nuova Zelanda, rappresentata da Melissa Ansell-Bridges, Segretaria Generale del sindacato NZCTU, ha illustrato l’esperienza delle rivendicazioni per la rivalutazione salariale delle professioni a prevalenza femminile e le preoccupazioni suscitate dai recenti cambiamenti normativi che rischiano di indebolire alcuni dei risultati raggiunti negli anni passati.
Dal Giappone, con l’intervento di Ritsu Takagi, Vicepresidente di ZENROREN, è emerso il tema della persistente segregazione occupazionale e della necessità di intervenire non solo sulle retribuzioni, ma anche sui modelli organizzativi che continuano ad assegnare in modo diseguale le responsabilità di cura e le opportunità di carriera.
La Germania ha portato l’esperienza della contrattazione promossa da IG Metall, con particolare attenzione alla riduzione delle disparità di genere attraverso la valorizzazione del lavoro di cura, una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e strumenti contrattuali capaci di incidere concretamente sull’organizzazione del lavoro.
Inga Savanova, per la Fondazione Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) ha invece portato all’attenzione del Simposio il tema degli impatti delle nuove tecnologie, della robotica e dell’automazione sul lavoro. La relazione ha evidenziato come la tecnologia, di per sé, non garantisca automaticamente migliori condizioni di lavoro e come gli effetti concreti dipendano dalle modalità di progettazione, implementazione e partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali.
Particolare attenzione è stata dedicata ai rischi psicosociali e organizzativi associati alla digitalizzazione, ai temi della salute e sicurezza e alla necessità di adottare un approccio centrato sulla persona (human-centred design), capace di considerare le diverse caratteristiche fisiche, sociali e di genere dei lavoratori. È stato inoltre sottolineato come una parte significativa degli effetti negativi attribuiti all’automazione derivi non tanto dalla tecnologia in sé, quanto dalle scelte organizzative e gestionali che ne accompagnano l’introduzione nei luoghi di lavoro.
Al centro di tutti gli interventi è emersa una convinzione comune: la sola esistenza di norme non è sufficiente. Servono trasparenza, accesso ai dati, partecipazione sindacale, contrattazione collettiva e strumenti di verifica capaci di trasformare i principi di uguaglianza in cambiamenti concreti.
Nel corso della missione a Seul, Federica Cochi è stata inoltre intervistata dal quotidiano nazionale coreano The Hankyoreh, che ha dedicato ampio spazio alle esperienze italiane in materia di trasparenza retributiva e contrattazione per la parità di genere. Qui l’intervista completa.
Nell’intervista, pubblicata alla vigilia del Simposio, Cochi ha sottolineato come «ridurre il divario salariale di genere richieda non soltanto trasparenza, ma anche misure correttive concrete e il coinvolgimento delle rappresentanze dei lavoratori». Ha inoltre ribadito che «la parità di genere non è un gioco a somma zero: ampliare i diritti non significa toglierli a qualcuno, ma creare condizioni migliori per tutte e tutti».
Momenti come questo rappresentano un’opportunità preziosa di apprendimento reciproco tra organizzazioni sindacali che operano in contesti molto diversi, ma affrontano problemi spesso simili. Condividere esperienze, strumenti e pratiche contrattuali significa rafforzare la capacità del sindacato di costruire risposte concrete alle disuguaglianze che attraversano il lavoro contemporaneo.
Perché la parità non nasce soltanto dalle leggi. Nasce dalla capacità di renderla esigibile, misurabile e contrattabile.