NON C’E’ PACE SENZA DIRITTI
Che cosa accomuna un bambino o una bambina sfruttati, una persona costretta a lasciare il proprio Paese e una persona discriminata per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità?
La risposta è semplice quanto destabilizzante: la negazione del diritto ad essere pienamente riconosciuti come persone.
Giugno ci mette davanti a tre ricorrenze che possono sembrare lontane tra loro: il Pride Month, la Giornata mondiale contro il lavoro minorile del 12 giugno e la Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno.
In realtà raccontano la stessa storia.
La storia di persone alle quali viene negata, in modi diversi, una parte della propria dignità, della propria libertà, del proprio diritto ad esistere senza paura.
Per questo non si tratta soltanto di diritti. Si tratta di pace.
Siamo abituati a pensare alla pace come all’assenza della guerra. Ma la pace è qualcosa di più esigente e più profondo. È la possibilità per ogni persona di vivere libera dalla discriminazione, dallo sfruttamento, dalla violenza, dalla paura e dall’esclusione.
Quando qualcunə viene discriminatə per il proprio orientamento sessuale, per la propria identità, per la propria provenienza, per il colore della pelle o per la propria condizione sociale, la pace è già stata incrinata.
Quando un bambino o una bambina lavorano invece di andare a scuola, la pace è già stata incrinata.
Quando una famiglia è costretta a fuggire dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame o dagli effetti della crisi climatica, la pace è già stata incrinata.
Quando una persona viene esclusa dal lavoro, dalla società o dalla piena cittadinanza perché considerata “diversa”, la pace diventa una promessa incompiuta.
I diritti umani non sono categorie separate. Non esistono diritti di serie A e diritti di serie B. Non esistono diritti che riguardano soltanto alcune persone.
I diritti umani sono il volto della pace.
Secondo le ultime stime congiunte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’UNICEF (1), nel mondo nel 2024 oltre 138 milioni di bambini e adolescenti tra i 5 e i 17 anni sono coinvolti nel lavoro minorile. Di questi, 54 milioni svolge attività pericolose per la salute, la sicurezza e lo sviluppo psicofisico. Dietro questi numeri non ci sono statistiche astratte, ma infanzie negate, opportunità perdute e diritti fondamentali violati.
Allo stesso tempo, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) (2) stima che oltre 120 milioni di persone nel mondo siano state costrette a lasciare le proprie case a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani o crisi umanitarie. È il numero più alto mai registrato.
Anche le discriminazioni continuano a rappresentare una realtà quotidiana per milioni di persone. In molte parti del mondo essere sé stessi continua a comportare rischi, esclusione sociale, limitazioni dei diritti e, in alcuni casi, persecuzioni, violenze e morte. Il rapporto 2026 di Amnesty International (3) documenta come, in numerosi Paesi, anche più avanzati, le persone LGBTQIA+ continuino a subire discriminazioni, restrizioni legislative e attacchi ai propri diritti fondamentali.
Nel mondo stanno crescendo muri fisici e muri culturali. Si alzano confini, si costruiscono barriere, si alimentano paure.
Ma le frontiere non riguardano soltanto i confini geografici.
Esistono frontiere invisibili.
La frontiera tra chi può studiare e chi deve lavorare da bambino. Tra chi trova protezione e chi viene respinto. Tra chi può vivere apertamente la propria identità e chi deve nasconderla.
La frontiera tra chi viene riconosciuto come persona e chi viene ridotto a un problema, a una categoria, a un’etichetta. Costruire la pace consiste nell’abbattere queste frontiere.
Per questo APIQA continua a considerare la pace non un tema separato dagli altri diritti, ma come la loro naturale conseguenza.
Non esiste pace senza dignità, senza uguaglianza, senza inclusione. Non esiste pace senza il diritto all’infanzia, all’istruzione, al lavoro dignitoso, alla libertà di essere sé stessi e alla protezione di chi è costretto a fuggire.
Difendere i diritti umani significa difendere la pace. E costruire la pace significa costruire società nelle quali ogni persona possa essere riconosciuta, rispettata e valorizzata per ciò che è.
Tessere la solidarietà tra le persone è il collante necessario per dare vita alla pace, per costruire società più umane e giuste. La pace non nasce spontaneamente e non si mantiene da sola. Richiede relazioni fondate sul rispetto reciproco, sulla capacità di riconoscere nell’altrə una persona portatrice degli stessi diritti e della stessa dignità. Richiede comunità che non si voltino dall’altra parte di fronte alle discriminazioni, allo sfruttamento, all’emarginazione e alle disuguaglianze. Richiede la scelta quotidiana consapevole di costruire inclusione anziché esclusione, dialogo anziché paura, partecipazione anziché indifferenza.
Per questo la solidarietà non è soltanto un valore morale: è un’azione concreta e una responsabilità collettiva. Significa difendere i diritti di chi è più vulnerabile, contrastare ogni forma di discriminazione, sostenere chi è costretto a fuggire, garantire ai bambini e alle bambine il diritto all’infanzia e all’istruzione, affermare il diritto di ogni persona ad essere sé stessa senza paura. Significa comprendere che la libertà, la dignità e i diritti non si difendono soltanto per sé, ma insieme agli altri e con gli altri.
È in questa trama di relazioni, di diritti condivisi e di responsabilità reciproche che la pace trova le sue radici più profonde e durature.
Perché la pace non è soltanto assenza di guerra.
È il diritto di ogni essere umano ad essere pienamente umano.
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1 International Labour Organization (ILO) e UNICEF, Child Labour: Global Estimates 2024, Trends and the Road Forward, Ginevra/New York, 2025.
2 UNHCR, Global Trends (oltre 120 milioni di persone forzatamente sfollate nel mondo).
3 Amnesty International, The State of the World’s Human Rights 2026, sezione sulle discriminazioni e sui diritti delle persone LGBTQIA+.