Lavoro autonomo, diritti e contrattazione collettiva: dall’Europa esperienze e strumenti per ricomporre il lavoro

La Conferenza europea di Eurocadres, svoltasi a Roma il 29 e 30 ottobre 2026, ha concluso un percorso di ricerca, confronto e scambio di esperienze tra organizzazioni sindacali europee, finalizzato a rafforzare la rappresentanza e l’accesso alla contrattazione collettiva dei lavoratori autonomi. Un progetto al quale APIQA e CGIL hanno contribuito attivamente e che apre nuove prospettive per costruire diritti e tutele, valorizzando le differenze senza alimentare nuove divisioni nel mondo del lavoro.

Un percorso europeo di ricerca, confronto e costruzione di strumenti

Come rappresentare e contrattare le condizioni di lavoro di persone che operano in autonomia, spesso individualmente, in settori e professioni differenti? Quali ostacoli giuridici, organizzativi e culturali incontrano le organizzazioni sindacali? Quali esperienze europee possono offrire strumenti e soluzioni per superarli?

Sono queste alcune delle domande da cui ha preso avvio il progetto Collective Bargaining for Self-Employed Professionals and Managers, promosso da Eurocadres in collaborazione con KU Leuven, con l’obiettivo di rafforzare la capacità delle organizzazioni sindacali di rappresentare i professionisti autonomi e negoziarne collettivamente le condizioni di lavoro.

Il progetto si è sviluppato attraverso un percorso di ricerca comparata sui quadri normativi e sulle pratiche di contrattazione nei diversi Paesi europei, interviste agli stakeholder nazionali e workshop di analisi, confronto e scambio di esperienze, che si sono svolti a Dublino e Leuven. Un lavoro che ha messo in relazione la ricerca accademica con l’esperienza concreta delle organizzazioni sindacali, consentendo di approfondire non soltanto le opportunità offerte dalle normative europee e nazionali, ma anche gli ostacoli che si incontrano nell’organizzare i lavoratori autonomi, costruire rappresentanza, individuare le controparti e avviare percorsi negoziali.

Il confronto tra esperienze nazionali differenti ha permesso di individuare pratiche già sperimentate, difficoltà comuni e possibili strategie per superarle. Un processo nel quale la condivisione delle esperienze è stata parte integrante della costruzione degli strumenti, e non soltanto un momento di discussione dei risultati della ricerca.

Da questo percorso sono nati il rapporto di ricerca comparata e la guida alle buone pratiche per la contrattazione collettiva dei lavoratori autonomi, presentati nel corso della Conferenza europea di Roma del 29 e 30 ottobre. La Conferenza, ospitata presso la sede nazionale della CGIL e organizzata con il coinvolgimento attivo di APIQA e della Confederazione, ha riunito rappresentanti delle organizzazioni sindacali europee, associazioni professionali, istituzioni, mondo politico e della ricerca, per discutere i risultati del progetto e le prospettive di azione a livello nazionale ed europeo.

Il valore di questo progetto si colloca in una riflessione che APIQA e CGIL portano avanti da tempo: riconoscere il lavoro autonomo come parte integrante del mondo del lavoro, superando letture che lo riconducono esclusivamente alla dimensione dell’impresa o della scelta individuale. Significa partire dalle persone, dalle loro condizioni materiali, dai rapporti con i committenti, dai diritti e dalle tutele, per costruire strumenti di rappresentanza capaci di ricomporre ciò che le trasformazioni del lavoro tendono a frammentare.

La contrattazione collettiva del lavoro autonomo non rappresenta quindi soltanto una nuova possibilità giuridica, ma un terreno sul quale sviluppare una più ampia capacità di organizzazione, solidarietà e azione collettiva.

Un mondo del lavoro che cambia: nuove forme di autonomia, vecchie e nuove fragilità

Il lavoro autonomo rappresenta una componente importante e profondamente eterogenea del mercato del lavoro europeo. Accanto alle professioni tradizionali, si sono sviluppate nuove attività professionali, forme di collaborazione, prestazioni organizzate attraverso piattaforme digitali e rapporti nei quali l’autonomia formale convive con una forte dipendenza economica dal committente.

Non si tratta di condizioni tutte uguali. Vi sono professionisti che esercitano pienamente la propria autonomia e altri che incontrano difficoltà nell’ottenere compensi adeguati, accedere alla protezione sociale, aggiornare le proprie competenze e negoziare le condizioni della prestazione.

Il rapporto di ricerca Collective Bargaining for the Self-Employed – Legal Frameworks and Trade Union Perspectives, realizzato da Christina Hiessl della KU Leuven e presentato durante la conferenza, evidenzia come la quota complessiva del lavoro autonomo in Europa non sia necessariamente in crescita, mentre ne sta cambiando la composizione, con una presenza significativa di lavoratori autonomi senza dipendenti. Una trasformazione che interessa anche professioni qualificate, come quelle dell’informazione, della cultura, dell’audiovisivo, dell’informatica e della consulenza, nelle quali il lavoro autonomo rappresenta una modalità sempre più diffusa di esercizio dell’attività professionale.

Questi cambiamenti pongono interrogativi importanti sulla capacità dei sistemi di rappresentanza e protezione sociale di rispondere a condizioni lavorative che non rientrano pienamente nei modelli tradizionali. Il tema è stato al centro anche del confronto sulle trasformazioni del lavoro atipico, introdotto dal contributo di Marco Biasi, docente di diritto del lavoro all’Università degli Studi di Milano, e approfondito attraverso il dialogo tra organizzazioni sindacali europee, Commissione europea, rappresentanti politici e associazioni professionali.

La questione centrale non è soltanto come classificare giuridicamente queste forme di lavoro, ma come garantire condizioni dignitose e diritti effettivi a persone che, pur formalmente autonome, possono trovarsi in condizioni di forte debolezza contrattuale.

La contrattazione collettiva del lavoro autonomo: dalle possibilità giuridiche alle esperienze concrete

Uno dei principali risultati della ricerca riguarda la possibilità di estendere e rafforzare la contrattazione collettiva per i lavoratori autonomi individuali.

Per molto tempo, il diritto europeo della concorrenza ha rappresentato un ostacolo, reale o percepito, alla negoziazione collettiva dei compensi e delle condizioni di lavoro, per il rischio che gli accordi tra professionisti autonomi fossero considerati intese restrittive della concorrenza. Gli orientamenti adottati dalla Commissione europea nel 2022 hanno segnato un passaggio importante, chiarendo le condizioni nelle quali i lavoratori autonomi senza dipendenti possono negoziare collettivamente le proprie condizioni di lavoro senza violare l’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Il quadro europeo riconosce, in particolare, la necessità di considerare le situazioni di squilibrio negoziale che possono caratterizzare i rapporti tra professionisti autonomi e committenti, imprese o piattaforme. Ma la ricerca dimostra anche che l’apertura normativa, da sola, non produce automaticamente contrattazione collettiva.

I diversi ordinamenti nazionali presentano differenze significative nel riconoscimento delle forme di lavoro autonomo, nell’applicazione delle norme sulle relazioni industriali e nella possibilità di attribuire efficacia agli accordi collettivi. Inoltre, le organizzazioni sindacali devono confrontarsi con difficoltà concrete: individuare i lavoratori, raggiungerli, comprenderne i bisogni, costruire fiducia, identificare le controparti e sviluppare forme di rappresentanza capaci di sostenere una negoziazione.

Le esperienze raccolte dalla ricerca mostrano tuttavia che la contrattazione collettiva del lavoro autonomo è già una realtà in diversi Paesi e settori europei. Accordi e pratiche negoziali riguardano, tra gli altri, giornalisti, traduttori, professionisti dell’audiovisivo, artisti, musicisti e lavoratori delle piattaforme. In alcuni casi, gli accordi sono collegati ai contratti collettivi dei lavoratori dipendenti; in altri sono stati sviluppati strumenti specifici per le condizioni del lavoro autonomo. Possono disciplinare compensi minimi, diritti d’autore, condizioni contrattuali e ulteriori aspetti della prestazione professionale.

Un elemento particolarmente significativo è che la differenziazione degli strumenti non implica necessariamente una separazione tra lavoratori. Al contrario, molte esperienze dimostrano la possibilità di costruire forme di tutela e contrattazione che tengano conto delle specificità del lavoro autonomo, mantenendo un collegamento con la rappresentanza sindacale più ampia. È una prospettiva importante anche per contrastare il rischio che la frammentazione contrattuale alimenti concorrenza al ribasso, dumping e indebolimento delle condizioni di lavoro.

Conoscere e organizzare il lavoro autonomo: la rappresentanza come condizione per contrattare

Dalla ricerca e dal confronto tra le organizzazioni sindacali europee emerge un principio fondamentale: non può esserci contrattazione collettiva senza rappresentanza.

È su questa consapevolezza che si fonda la Guida alle buone pratiche per la contrattazione collettiva dei lavoratori autonomi, elaborata nell’ambito del progetto Eurocadres–KU Leuven e presentata a Roma da Ilkka Penttinen Fouto, Policy Advisor di Eurocadres. La guida traduce le conoscenze e le esperienze raccolte durante il progetto in indicazioni operative per le organizzazioni sindacali.

Raggiungere lavoratrici e lavoratori spesso isolati, riconoscere interessi comuni tra professioni differenti, costruire fiducia, sviluppare forme di organizzazione e individuare interlocutori negoziali sono passaggi essenziali per trasformare una condizione individuale in una capacità collettiva di rappresentanza.

Ma per rappresentare è necessario, innanzitutto, conoscere il lavoro che cambia, comprenderne le articolazioni, le condizioni materiali, le specificità professionali e i bisogni di tutela.

In questa direzione si colloca anche il lavoro di mappatura ragionata e in continua evoluzione del lavoro autonomo qualificato, portato avanti da APIQA e CGIL insieme alla Fondazione Di Vittorio. Un percorso di ricerca che punta a ricostruire la composizione di questo mondo del lavoro, i differenti ambiti professionali, le condizioni economiche e reddituali, le forme di accesso alla previdenza e alla protezione sociale, per offrire strumenti di conoscenza utili all’azione sindacale, alle categorie e alle strutture territoriali.

La conoscenza non rappresenta dunque un esercizio esclusivamente statistico o descrittivo, ma una condizione necessaria per individuare priorità, costruire rappresentanza e sviluppare risposte adeguate. Un ruolo importante è attribuito alle organizzazioni sindacali esistenti, che possono mettere a disposizione competenze, strutture, esperienze negoziali e capacità di azione collettiva.

Non si tratta di assimilare automaticamente il lavoro autonomo al lavoro dipendente, né di costruire forme di rappresentanza separate e contrapposte. La sfida è sviluppare strumenti capaci di rispondere alle differenti condizioni lavorative, rafforzando al tempo stesso la solidarietà e il potere negoziale delle persone.

Questa prospettiva richiama una questione che riguarda l’intero movimento sindacale: la rappresentanza del lavoro autonomo non è una questione settoriale, ma una questione confederale. Non si tratta soltanto di rappresentare meglio una componente del lavoro oggi insufficientemente tutelata, ma di interrogarsi su come debba evolvere il sindacato per rappresentare un mondo del lavoro che cambia, senza perdere la propria capacità di costruire interessi collettivi.

Compensi, discontinuità del reddito e protezione sociale: tutele che devono procedere insieme

La contrattazione collettiva rappresenta uno strumento fondamentale, ma non può essere considerata separatamente dal più ampio sistema dei diritti e delle tutele sociali.

Per molti professionisti autonomi, una delle principali fragilità riguarda la discontinuità del reddito, che può compromettere la stabilità economica, la continuità professionale e la possibilità di costruire adeguate prospettive previdenziali.

Un contributo importante a questa riflessione è arrivato dalla relazione di Rosita Zucaro, ricercatrice INAPP, dedicata alla discontinuità reddituale nel lavoro autonomo e alle sue implicazioni per la protezione sociale e la rappresentanza collettiva.

La ricerca mette in evidenza una distinzione fondamentale: la discontinuità del reddito non coincide necessariamente con l’assenza di lavoro. Può derivare dalla mancanza di incarichi, da una drastica riduzione dell’attività, ma anche da prestazioni effettivamente svolte e non pagate, oppure pagate con forte ritardo. Quest’ultima condizione è particolarmente significativa: si può lavorare senza ricevere un reddito corrispondente alla prestazione effettuata, con conseguenze dirette sulla sicurezza economica e sulla possibilità di sostenere i costi dell’attività professionale.

Il tema richiama la necessità di sviluppare strumenti di protezione sociale capaci di riconoscere le specificità del lavoro autonomo e le diverse forme di vulnerabilità reddituale. In Italia sono stati introdotti strumenti come l’ISCRO, resa strutturale dal 2024 per i professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS in possesso dei requisiti previsti, e l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo. Si tratta di misure importanti, ma ancora caratterizzate da limiti di accesso, copertura e adeguatezza, che richiedono ulteriori interventi.

L’equo compenso rappresenta un punto di partenza imprescindibile. Non soltanto come garanzia di una remunerazione adeguata della prestazione professionale, ma come strumento per contrastare gli squilibri contrattuali e la concorrenza al ribasso tra lavoratori.

Allo stesso tempo, la tutela del reddito e la protezione sociale non possono continuare a dipendere da interventi parziali e frammentati. Occorre costruire un sistema più universalistico, capace di riconoscere la discontinuità come una caratteristica strutturale di molte attività autonome, e non soltanto come un evento eccezionale.

È su questa connessione tra compensi, previdenza, welfare e contrattazione che si misura la possibilità di dare risposte effettive alle condizioni di lavoro delle persone. La debolezza contrattuale incide sui compensi; compensi insufficienti o discontinui si riflettono sulla contribuzione previdenziale; l’assenza di adeguate tutele sociali può accrescere ulteriormente la dipendenza economica dal committente.

A questa visione complessiva appartiene anche la giustizia fiscale. Un sistema fondato sulla progressività e sull’equità deve tenere conto delle differenti capacità contributive, senza alimentare nuove disuguaglianze o contrapposizioni tra lavoratori dipendenti e autonomi, né tra gli stessi lavoratori autonomi. La politica fiscale non può essere separata dalle politiche del lavoro e della protezione sociale, perché contribuisce a determinarne la sostenibilità e l’equità.

Rappresentanza e alleanze: costruire convergenze tra esperienze differenti

Uno degli elementi più significativi del percorso europeo e delle due giornate di Roma è stato il confronto aperto tra soggetti istituzionali, politici, organizzazioni sindacali e associazioni di rappresentanza professionale, portatori di esperienze, competenze e sensibilità differenti.

Un dialogo che ha coinvolto, sul versante europeo, la Commissione europea e le organizzazioni sindacali FNV dei Paesi Bassi e ACV-CSC del Belgio e, sul versante italiano, la CGIL, con la Confederazione, NIdiL, SLC e APIQA, insieme a Confprofessioni, vIVAce CISL, ACTA e rappresentanti del Partito Democratico.

La pluralità dei soggetti coinvolti ha permesso di mettere in relazione il quadro normativo europeo, le politiche pubbliche, le esperienze di contrattazione e le differenti forme di rappresentanza del lavoro autonomo. Ne sono emerse riflessioni e prospettive non necessariamente coincidenti, ma anche la possibilità di individuare questioni comuni sulle quali sviluppare confronto e iniziative condivise: il riconoscimento del lavoro autonomo nelle sue diverse forme, la necessità di garantire compensi equi e adeguate tutele sociali, il rafforzamento della rappresentanza e l’accesso effettivo alla contrattazione collettiva.

Costruire convergenze non significa cancellare le differenze tra organizzazioni, né rinunciare alle rispettive identità e funzioni. Significa riconoscere che la complessità del lavoro autonomo richiede una pluralità di competenze e strumenti e che la capacità di affrontarne le fragilità può essere rafforzata attraverso il dialogo e la costruzione di obiettivi comuni.

Il lavoro autonomo qualificato, del resto, non costituisce un mondo omogeneo. Comprende persone che operano in settori differenti, con livelli diversi di autonomia, continuità reddituale, capacità negoziale e accesso alle tutele. Riconoscere questa pluralità è il punto di partenza per individuare interessi condivisi e costruire forme di rappresentanza più efficaci.

In questa prospettiva si colloca il lavoro del Tavolo delle Professioni promosso da CGIL e APIQA, che coinvolge associazioni professionali in un percorso di confronto e costruzione di proposte su equo compenso, tutele sociali e previdenziali, fisco, formazione e trasformazioni tecnologiche. Un’esperienza che valorizza il dialogo tra organizzazioni sindacali e associazioni professionali, riconoscendo il contributo delle differenti forme di rappresentanza e la necessità di costruire alleanze.

Accanto a questo lavoro, resta centrale il confronto istituzionale, anche attraverso la Consulta del lavoro autonomo del CNEL, e la necessità di dare continuità e stabilità alle sedi di interlocuzione sulle politiche per il lavoro autonomo. La prospettiva confederale richiede inoltre di rafforzare il raccordo tra categorie, strutture territoriali e competenze diverse, valorizzando le esperienze già esistenti e sviluppando nuove capacità di rappresentanza.

Ricomporre il lavoro significa anche questo: mettere in relazione ciò che oggi appare frammentato, costruire convergenze senza cancellare le differenze e rafforzare la capacità collettiva di incidere sulle condizioni di lavoro.

Intelligenza artificiale e piattaforme: nuove sfide per la contrattazione

Le trasformazioni tecnologiche rappresentano un ulteriore terreno sul quale diventa necessario sviluppare strumenti di rappresentanza e contrattazione.

L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e il lavoro attraverso piattaforme stanno modificando il contenuto delle professioni, l’organizzazione delle attività, il valore delle competenze e i rapporti tra lavoratori e committenti. Per i professionisti autonomi, queste trasformazioni possono offrire nuove opportunità, ma anche accentuare squilibri negoziali, dipendenza economica, svalutazione delle prestazioni e forme di controllo attraverso sistemi digitali e algoritmici.

Il progetto Eurocadres ha dedicato attenzione specifica a queste trasformazioni, anche in relazione al nuovo quadro normativo europeo sul lavoro tramite piattaforme. La contrattazione collettiva deve poter intervenire anche sulle condizioni determinate dall’utilizzo delle nuove tecnologie: compensi, trasparenza, gestione dei dati, sistemi algoritmici, formazione, autonomia professionale e responsabilità nelle decisioni.

Sono questioni che attraversano contemporaneamente lavoro dipendente e autonomo e che richiedono una capacità di azione sindacale sempre più coordinata, anche a livello europeo e internazionale. Le trasformazioni tecnologiche non devono diventare un ulteriore fattore di frammentazione del lavoro, ma un terreno sul quale rafforzare diritti, partecipazione e contrattazione.

Diritti universali, strumenti differenti: la Costituzione come riferimento

Ricomporre il mondo del lavoro significa partire da un principio fondamentale: i diritti e la dignità delle persone non possono dipendere esclusivamente dalla forma contrattuale attraverso la quale si svolge l’attività lavorativa.

È una prospettiva che trova fondamento nei principi della nostra Costituzione. L’articolo 35, nel sancire che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», afferma un principio generale che deve orientare le politiche del lavoro e la costruzione delle tutele, riconoscendo la pluralità delle condizioni nelle quali il lavoro viene esercitato.

Allo stesso modo, il principio di uguaglianza sostanziale, richiamato dall’articolo 3, impone di considerare le condizioni economiche e sociali che possono limitare concretamente la libertà e l’uguaglianza delle persone, e la responsabilità delle istituzioni nel rimuovere questi ostacoli.

Anche il tema del compenso equo richiama il valore costituzionale della dignità del lavoro. L’articolo 36, nel riconoscere il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa, costituisce un riferimento fondamentale per affermare la necessità di condizioni economiche adeguate. Un principio formulato nel quadro delle garanzie del lavoro subordinato, ma che richiama, sul piano politico e sociale, l’esigenza di garantire compensi equi anche nel lavoro autonomo, attraverso strumenti normativi e contrattuali appropriati.

Universalità dei diritti non significa uniformità degli strumenti. Le differenti condizioni lavorative richiedono risposte capaci di riconoscerne le specificità: strumenti di protezione sociale, contrattazione collettiva, equo compenso, sostegno alla continuità reddituale, formazione e rappresentanza. Ma queste differenze non devono diventare ragioni per costruire gerarchie di diritti o alimentare contrapposizioni tra lavoratrici e lavoratori.

La prospettiva è quella di ricomporre il mondo del lavoro senza cancellarne la pluralità, rafforzando una visione confederale fondata sulla dignità delle persone, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà.

Dalla ricerca all’azione: una prospettiva nazionale, europea e internazionale

La sfida che abbiamo di fronte è dare continuità a questo percorso, facendo vivere gli strumenti costruiti attraverso il progetto nelle pratiche quotidiane delle organizzazioni sindacali, nei luoghi della rappresentanza e nelle sedi di confronto istituzionale.

Significa rafforzare la conoscenza del lavoro autonomo, costruire alleanze tra soggetti differenti, sviluppare nuove esperienze di contrattazione e portare avanti proposte comuni su compensi, protezione sociale, previdenza e trasformazioni tecnologiche.

E significa farlo anche nella dimensione europea e internazionale. In un’economia sempre più interconnessa, nella quale il potere economico, finanziario e tecnologico supera i confini nazionali, la rappresentanza del lavoro non può rimanere confinata entro quegli stessi confini.

La ricomposizione del lavoro deve quindi diventare anche un obiettivo dell’azione sindacale europea e internazionale: costruire solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, tra professioni e settori, tra Paesi differenti, per rafforzare la capacità collettiva di incidere sulle trasformazioni economiche e sociali.

In un contesto internazionale segnato da profonde disuguaglianze, instabilità economica e sociale e da una crescente pressione sui diritti del lavoro, rafforzare le reti sindacali europee e internazionali è una necessità. Le esperienze nazionali restano fondamentali, ma devono potersi confrontare, collegare e rafforzare reciprocamente. Le conquiste ottenute in un Paese possono offrire strumenti e indicazioni per altri contesti; le difficoltà comuni possono diventare terreno di iniziativa e rivendicazione condivisa.

Il progetto Eurocadres dimostra il valore di questo approccio: mettere in relazione organizzazioni sindacali, ricerca ed esperienze di contrattazione, costruendo strumenti comuni a partire dalla pluralità dei sistemi nazionali. La Conferenza di Roma ha rappresentato un passaggio importante di questo percorso, ma soprattutto un punto dal quale proseguire, rafforzando le reti europee e internazionali, la capacità di proposta e l’azione collettiva.

Perché la frammentazione del lavoro non è soltanto una questione organizzativa o contrattuale. È anche una questione di potere.

Quanto più il lavoro viene individualizzato, tanto più diventa difficile riconoscere interessi comuni, organizzarsi e negoziare condizioni dignitose. E quanto più il potere economico e tecnologico si concentra e supera i confini nazionali, tanto più diventa necessario costruire una rappresentanza capace di agire anche oltre quei confini.

La sfida è dunque ricostruire legami, solidarietà e capacità di azione collettiva, valorizzando le specificità delle professioni e l’autonomia delle persone, ma riconoscendo che la tutela dei diritti richiede una responsabilità condivisa tra organizzazioni sindacali, associazioni professionali, istituzioni e decisori politici.

Non vogliamo rendere il lavoro autonomo meno autonomo. Vogliamo che le persone siano meno sole, più forti e con più diritti.