L’intervento di Federica Cochi al XIX Congresso nazionale CGIL

Buongiorno Compagne e Compagni,

La relazione di Maurizio di mercoledì e molti dei contributi a questo congresso hanno delineato numerosi temi e spunti di riflessione. Due sono in particolare gli elementi che voglio evidenziare: mettersi in ascolto e allargamento della rappresentanza.

Sono estremamente convinta dell’urgenza di essere intelligenza che sappia ascoltare e sentire – i giovani, le donne, lavoratori e lavoratrici, estremamente diversificati per contratto, forme di lavoro, luoghi di lavoro eppure accomunati dalle stesse richieste: lavoro, qualità dello stesso, giusto compenso, tutele, insomma DIGNITÀ, DIRITTI.

I giovani, troppo spesso additati e sotto-considerati, hanno grandi potenzialità: il loro impegno non ideologico ma ideale (che ogni giorno di più dà voce al movimento sul cambiamento climatico, alla richiesta di sindacato – come ci ha detto Ornela il primo giorno – o di collettività, come ha ricordato Emma), la loro grande capacità di iniziativa e di lotta, ci devono sollecitare. Noi dobbiamo essere in grado di dire che ci siamo.

Ci siamo per le professionalità come Ornela e come le traduttrici, gli agenti di commercio e quelli assicurativi, le restauratrici, gli informatici, i farmacisti, solo per citarne alcuni, perché la CGIL c’è per i lavoratori e i professionisti autonomi e si mette in gioco da tempo per affermare i loro diritti e tutele; ci siamo per le studentesse e gli studenti come Emma, perché si costruiscano strade di senso comune, contro l’oscurantismo, la disaffezione, la perdita della speranza intesa come elemento concreto, per tornare a dare e avere fiducia, visione di futuro: è un’azione che ostinatamente dobbiamo continuare a condurre in questo tempo così fragile.

Dobbiamo costruire i presupposti per un futuro d’inclusione e di acquisizione: diritti universali, diritti civili, sociali, di lavoro, di cittadinanza, camminano insieme. Ed è creando lavoro, favorendo l’istruzione e contribuendo alla formazione, sostenendo attivamente lo sviluppo culturale e sociale che possiamo costruire diritti e futuro, combattendo quella cesura sociale, oltre che retributiva, che diventerà ben presto disastro sociale, senza adeguate risposte politiche e contrattuali.

E che aggiunge nuove forme di precarietà e fragilità alle troppe già esistenti: l’eccesso di lavoro, a cui si associa un tema di salute e sicurezza, quello dei rischi psicosociali, da stress lavoro correlato, e quello da tecnostress. Rischi ancora troppo sottovalutati come causa di malattie cardiovascolari, muscolo-scheletriche, depressione, solo per citare le maggiori indicate dall’OMS.

È necessaria allora l’affermazione di nuovi diritti accanto a quelli tradizionali, come quello alla disconnessione, in corso di discussione nell’aggiornamento dell’Accordo Europeo sul telelavoro del 2002, che prenda in carico anche i temi dell’intensificazione del controllo tecnologico (il riferimento alla sorveglianza) e dell’invasività del lavoro nella vita privata, nonché della protezione dei dati e della cybersicurezza. E, non da ultimo, il diritto alla connessione, cioè all’accesso alle informazioni, quale elemento di garanzia delle condizioni di lavoro. L’intermediazione tecnologica e l’algoritmo – l’intelligenza artificiale – sono divenute parti strutturali del lavoro, rendendo urgente non solo la contrattazione dell’algoritmo, che abbiamo approfondito e su cui stiamo tuttora lavorando, ma anche la definizione di limiti e argini all’utilizzo dei big data, nonché una ridefinizione a monte delle professionalità e delle competenze, affinché si garantisca per tempo qualificazione, aggiornamento e riqualificazione dei lavoratori e delle lavoratrici e il riequilibrio tra occupazione, tempo di lavoro e retribuzioni.

Cambiano figure professionali e inquadramenti, diventano più sottili e labili i confini – in una nuova trasversalità, e noi dobbiamo essere pronti ad agire tutte le leve della contrattazione, ridefinendo queste trasformazioni proprio dentro i contratti, allargando lo sguardo su tutta la filiera del lavoro, in una contrattazione di anticipo che siamo chiamati tutti insieme a svolgere, per garantire diritti e tutele alle persone che lavorano, sotto qualunque forma e a qualsiasi livello; per prendere in carico i lavori che non hanno ancora costruito una propria identità collettiva o stanno tentando di costruirla (pensiamo per esempio ai tech-workers e ai social media manager).

Per il sindacato, mettere a leva anche questi elementi significa indossare lenti multifocali e non dicotomiche, per rafforzare e allargare la nostra rappresentanza, di fatto operando quell’unità del mondo del lavoro quanto mai necessaria.

Abbiamo un’unica strada per dare cittadinanza a questi cambiamenti: vanno inclusi nel dibattito dell’organizzazione. Dobbiamo consentire a questi lavoratori e a queste lavoratrici di vivere le nostre strutture e di sentirsi rappresentati al loro interno.

Questo consentirebbe di affrontare l’organizzazione del lavoro portando a sintesi temi nuovi e tradizionali in modo innovativo: tempi e orari di lavoro, smart working, formazione, salute e sicurezza. Tutti elementi che necessitano della contrattazione collettiva.

Sui professionisti autonomi, 3 elementi fondamentali, che emergono con forza anche dall’inchiesta Professionista Oggi che abbiamo portato avanti con cgil, categorie e fondazione di vittorio e che delineano la strada che abbiamo davanti nella tutela e rappresentanza di queste lavoratrici e lavoratori:

– sono aumentate le commesse su piattaforma on line, con un aumento ulteriore del carico di lavoro;

– si conferma il tema delle scarse tutele: quello che chiedono questi professionisti sono compensi più alti e garantiti, sostegno al reddito nei momenti di mancanza di lavoro e la previsione di una forma previdenziale;

– aumentano i “giovani”, i lavoratori fra i 30 e i 40 anni, da cui emerge l’esigenza di tutela, ma anche la consapevolezza di essere e voler rimanere professionisti autonomi e non di transitare a forme di lavoro dipendente, e questo ci rende consapevoli dell’esperienza e della trasformazione di vita e di cultura degli ultimi decenni.

Le proposte, da parte nostra, come CGIL, sul piatto ci sono:

A partire dal giusto compenso, che resta il filo conduttore, senza il quale non si possono affrontare gli altri elementi di tutela. Non ci basta la legge oggi in Parlamento, approvata alla Camera e ora al Senato: perché è una legge che discrimina tra ordinisti e non, che non ricomprende tutta la vasta platea dei professionisti autonomi. Ancora una volta un’occasione persa rispetto all’urgenza di una riforma da tempo richiesta e rivendicata da questa organizzazione. Noi insistiamo, perché l’equo compenso sia parametrato sui minimi salariali e, per definire questi, devono essere impiegati come parametri i costi medi delle prestazioni, le tariffe mediamente utilizzate e soprattutto i contratti nazionali di lavoro, considerando il costo del lavoro complessivo.

Se è vero – come è vero (dati INPS a ottobre 2022) – che il reddito medio lordo dei professionisti autonomi oscilla tra i 15mila e i 25mila euro annui, si possono fare tutte le flat tax che si vuole, ma non serviranno a garantire equità e compensi equi, e continueranno ad agevolare solo chi ricco già lo è, allargando non solo le diseguaglianze tra dipendenti e autonomi, ma anche tra questi ultimi stessi.

Tutto questo richiede anche un lavoro organizzativo essenziale, dentro la confederazione e fuori. Dentro, perché questi lavoratori e lavoratrici non siano considerati “categoria a sé stante”, ma facciano parte di percorsi categoriali e intercategoriali necessari in un sindacato, come il nostro, che è fatto di confederalità e non di corporativismo.

E fuori, in un percorso fatto di alleanze con le associazioni professionali e gli altri attori istituzionali, con cui condividiamo elementi centrali, pur mantenendo le nostre specificità.

Bisogna farlo lavorando per i diritti di ciascuno dentro la comunità, perché dove difendiamo i diritti della minoranza riusciamo a difendere anche quelli della maggioranza. Noi non possiamo/vogliamo stare in questa logica della contrapposizione per la quale se sosteniamo l’uno non possiamo tutelare l’altro: se difendiamo i migranti, non siamo con gli italiani; se salvaguardiamo i diritti dei dipendenti non possiamo essere con gli autonomi; se proteggiamo le donne escludiamo gli uomini. Tutte le persone devono essere prese in carico e difese e non ci vogliamo rassegnare alle diseguaglianze e alle divisioni, perché il valore più alto della partecipazione sta nella partecipazione come resistenza e proposta.

Gramsci diceva: “Istruitevi, Agitatevi, Organizzatevi”, per ribadire che il “motore” della storia e dello sviluppo sociale non sono solo le condizioni economiche, bensì le “elaborazioni culturali”.

Alla lotta, tutti insieme, compagne e compagni!

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